Comincerò con una frase che potrebbe apparire come una cacofonia linguistica, però rende bene l’idea.
La “parte” della mia vita che fa ancora parte della mia vita da quando della mia vita ho ricordo è un baccello che è cresciuto fino a possedermi completamente, ed era infetto sin dall’inizio, solo che nessuno aveva saputo riconoscerlo.
Ero un bambino, pieno di idee disordinate, ma tante, che non aveva alcuna intenzione di trascorrere il tempo con i suoi coetanei. Non si trattava di una forma embrionale di snobismo, semplicemente nessuno di loro destava il minimo interesse o la benché minima curiosità.
Forse solo uno, che però si esprimeva male e con il tempo non avrebbe migliorato le sue performances dialettiche. Ma si trattava di curiosità mista a divertimento sterile, ed erano sentimenti puramente fantasiosi, una sorta di studio della diversità.
E a scuola… figurarsi. C’era chi ancora non era in grado di comunicare il proprio nome insieme al cognome.
Avere amici più grandi di te, quando sei piccolo, significa sviluppare una visione delle cose filtrata attraverso esperienze che non hai fatto, significa chiamare gli oggetti con il nome reale e fingere di non aver paura al momento di fare il giro delle cantine al buio.
Significa leggere libri troppo complicati, guardare film troppo impegnati e acquisire un senso di responsabilità che, ai tuoi occhi, dovrebbe combaciare con quello dei tuoi amici più grandi.
Quando poi accade che uno di loro, per puro caso, diventa un modello di comportamento è fin troppo semplice cadere nel pozzo dell’emulazione. Il baccello inizia a pulsare.
Non saprò davvero mai se oggi io sia il doppelganger di me stesso, clone esteriore di un recipiente contenente un liquido inoculato da altri.
Io penso di sì.
E’ pur vero che il clone con il tempo evolve per conto proprio smettendo di emulare il prototipo, ma questo accade perché il cordone si spezza, per case naturali o per volere dell’uno o dell’altro.
Ed è un bene.
Però il baccello, nel frattempo, si è fatto metastasi e la sua presenza spinge a chiedersi se le scelte fatte siano quelle del prototipo o del doppelganger.
Ed è un male.
Forse sarebbe il caso di concentrare le proprie forze sulla vita che resta da vivere.
